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La Chimica in Italia PDF Stampa E-mail

- In Italia prova a rinascere la chimica del nord-est, nel segno delle formule "verdi" dell'economia circolare. Nei giorni in cui il polo di Porto Marghera è di nuovo in subbuglio, perché escluso dai finanziamenti del governo per le aree di crisi, mettendo così a forte rischio bonifiche e riqualificazione, spuntano investimenti a Rovigo (Novamont), Udine (Kerima), fino a oltrepassare il confine a Capodistria (Siad), ma con auspicabili ricadute sul Friuli Venezia Giulia e per il 2017 è attesa l'operatività a regime degli impianti di Torviscosa di Caffaro Green Chemicals. Iniziative diverse per raggio d'azione e mercati di riferimento, ma tutte hanno in comune il pollice verde dei processi produttivi.

Ciò non è sufficiente per pensare di poter sostituire il vecchio polmone industriale di Marghera, ma come è emerso nella due giorni di Firenze (6-7 ottobre) dell'assemblea del Cefic, l'associazione europea delle imprese del settore, l'Italia è il paese che sta reggendo meglio l'urto del rallentamento globale, con una produzione in aumento (+1,5% mentre la media europea viaggia intorno a +0,5%) anche nel primo semestre 2016.

A guidare la classifica delle imprese più performanti ci sono proprio quei campioni nazionali che si sono specializzati nelle tecnologie della chimica fine, dove i margini sono più alti, hanno sposato processi produttivi eco-sostenibili e ora guardano all'economia circolare, il business dove tutto si rigenera e gli scarti non esistono più. L'Unione europea, dopo aver imposto all'industria chimica le rigide normative del Reach per validare e autorizzare le sostanze da mettere in commercio, ha appena varato un pacchetto di misure sull'economia circolare, per far partire un circolo virtuoso tra produzione e impatto ambientale.

Molte aziende italiane, forse anche perché orfane di un grande gruppo chimico nazionale dai tempi di Montedison, si sono ingegnate e hanno puntato in anticipo sulla trasformazione in industria green specializzandosi in nicchie di mercato. Basti pensare alla Mapei che ha sviluppato Re-conZero, l'additivo che recupera il calcestruzzo fresco e non utilizzato e lo trasforma in aggregato per il cemento, oppure ai fertilizzanti bio di Ilsa di Arzignano, Vicenza, che rimette a nuovo gli scarti della filiera delle pelli.

La chimica in Italia, 52 miliardi di euro di fatturato, è un affare soprattutto lombardo, dove si concentra il 40% dell'occupazione, davanti a Toscana (12,2%) e al Veneto al (9,9%).

Ma i nuovi investimenti del Triveneto potrebbero spostare, almeno leggermente, la bilancia a favore del nord-est. A Bottrighe, in provincia di Rovigo, è appena diventato operativo il nuovo impianto da 100 milioni di euro di Novamont specializzato nella produzione di butandiolo, un intermedio chimico utilizzato nelle plastiche e in diverse altre applicazioni industriali. La novità sta nel fatto che la produzione non arriva da fonti fossili ma da materie prime rinnovabili come gli zuccheri. A San Giorgio di Nogaro, Udine, la multinazionale Kerima ha inaugurato nei mesi scorsi una fabbrica da 30 milioni di euro che impiega 120 dipendenti nella produzione di bio-acrilamide ad alta efficienza energetica, per cellulosa, per trattamento delle acque e per uso estrattivo.

A Torviscosa prova a rinascere la chimica del cloro con Caffaro Green Chemicals che nei primi mesi del prossimo anno metterà in commercio una nuova linea di cloro-paraffine e plastificanti biobased.

A Capodistria in Slovenia, la Siad di Bergamo ha appena acquisito il 100% di Istrabenz Plini, azienda leader nella commercializzazione di Gpl e nella fornitura di metano, che potrebbe anche far parte del progetto di produzione di biogas e bio-metano da immettere nella rete nazionale o da rendere liquido per l'autotrazione.

«Siamo un settore virtuoso dal punto di vista della sostenibilità oltre che nell'innovazione e nei continui investimenti in ricerca e sviluppo - ha detto il presidente di Federchimica Cesare Puccioni nel corso dell'assemblea Cefic - E non è un caso se, nonostante il periodo di difficoltà internazionale, le nostre esportazioni hanno ottenuto buone performance unite a una tenuta della domanda interna che hanno permesso di vedere crescere i livelli produttivi. In particolare la chimica fine che è in continua espansione ha raggiunto 2,8 miliardi di euro di surplus commerciale».

Del resto la competizione della chimica di base è diventata sempre più complicata. La Cina, che ha regole molto meno stringenti sull'impatto ambientale della sua industria, è passata in dieci anni dal 11.6% al 39.9% del mercato chimico mondiale, mentre si è contratta la quota dell'Unione europea dal 28.2% al 14.7%. Ma intanto l'industria chimica europea sta soffrendo anche per gli elevati costi dell'energia e per il maggior impatto dei costi derivanti dalle normative ambientali.

Christian Benna

Il Piccolo – 9 ottobre 2016